Modena, Teatro Luciano Pavarotti: “La Cenerentola”

Modena, Teatro Luciano Pavarotti, stagione d’opera 2020/21
“LA CENERENTOLA”
Dramma giocoso in due atti su libretto di Jacopo Ferretti
Musica di Gioacchino Rossini
Don Ramiro ANTONINO SIRAGUSA
Dandini NIKOLAY BORCHEV
Don Magnifico NICOLA ALAIMO
Angelina (Cenerentola) PAOLA GARDINA
Tisbe ANA VICTÓRIA PITTS
Clorinda FLORIANA CICIO
Alidoro UGO GUAGLIARDO
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Lirico di Modena
Direttore Aldo Sisillo
Maestro del coro Stefano Colò
Regia, costumi Nicola Berloffa
Scene Aurelio Colombo
Luci Valerio Tiberi
Modena, Teatro Luciano Pavarotti, 30 dicembre 2020 (diretta streaming)
Il ciclo degli spettacoli teatrali dei teatri emiliani trasmessi via streaming prosiegue con “La Cenerentola” di Rossini dal Teatro Pavarotti di Modena. Spettacolo nel complesso godibile pur con alcune pecche di non secondario livello.
Il primo è forse maggior limite è nelle scelte direttoriali di Aldo Sisillo. L’opera è eseguita nella versione tradizionale Ricordi senza nessuna concezione alle evoluzioni portate dall’analisi filologica sia per l’orchestrazione – con una presenza eccessiva di percussioni – sia per il basso continuo affidato al plumbeo incedere del clavicembalo in loco delle più ricche e varie soluzioni che sappiamo essere di pratica all’epoca. Decisamente pesanti  i tagli. Oltre a quelli canonici del coro dei cavalieri in apertura del II atto e dell’aria di Clorinda sono eliminati gran parte del dialogo tra Angelina e Alidoro vestito da mendicante prima del disvelamento e tutta la scena del II atto tra questi e Tisbe nonché vari passaggi dei recitativi tali da compromettere l’effetto metrico e ritmico di uno dei più perfetti testi dell’opera italiana. Musicalmente la direzione è funzionale anche se in molti punti risulta meccanica e pesante. Rossini meriterebbe di meglio al riguardo. Corrette le prove dell’Orchestra Filarmonica Italiana e del Coro Lirico di Modena diretto da Stefano Colò.
La compagnia di canto è nel complesso molto buona pur con qualche limite. Debole è infatti il Dandini di Nikolay Borchev che non solo fatica a venir a capo delle difficoltà della cavatina ma in tutta l’opera mostra una costante preoccupazione per le difficoltà vocali che gli impediscono una lettura più varia e meno scolastica di quella proposto aggravata da una certa estraneità al controllo della prosodia italiana, fondamentale in ruoli come questo.
Paola Gardina è una Cenerentola  timbricamente chiara– la vocalità in natura non è quella contraltile del ruolo – ma d’impeccabile musicalità, sicurissima nelle colorature e molto espressiva. Interessante la sua lettura del ruolo, sobria e misurata, di grande eleganza, in cui però traspare sempre una personalità forte e mai leziosa che da del ruolo un taglio moderno e realistico.
Forse nessuno ha cantato tante volte la parte del principe Ramiro quanto Antonino Siragusa e il tempo trascorso non ha minimamente influito su una voce sempre sicura e squillante retta da un aplomb stilistico esemplare e arricchita da acuti di una facilità e robustezza sempre ammirevoli. Ovviamente il personaggio lo conosce in ogni dettaglio e questa sintonia si nota nella qualità del fraseggio e nell’interpretazione.
Nicola Alaimo passa da Dandini a Don Magnifico è lo affronta con l’impeccabile verve dell’autentico rossiniano. Stilisticamente impeccabile, esemplare nei sillabati, ammirevole nella capacità espressiva dei recitativi –  anche se maltrattati dalla direzione – attore sempre convincente e dotato di una personalità scenica non comune. Se proprio gli si vuole trovare un limite questo sta nell’innata simpatia di Alaimo, in quel fondo bonario che contrasta con la natura profondamente sordida di Don Magnifico.
Ugo Guagliardo (Alidoro) ha una voce importante anche se non sempre perfettamente controllata specie nei passaggi più impervi dell’aria. L’interprete è corretto anche se non troppo personale.  Valide sia la Clorinda di Floriana Cicio sia la Tisbe di Ana Victória Pitts, specie quest’ultima dotata di un materiale vocale davvero interessante e da seguire con attenzione nei prossimi anni.
Elegante l’allestimento di Nicola Berloffa. Un po’ anonime le scene di Aurelio Colombo, solo due – una grande cucina per la casa di Don Magnifico e un salotto con parati a cineserie per il palazzo del principe – e non di particolare suggestione visiva. Molto belli invece i costumi dello stesso Berloffa che traspongono la vicenda di qualche decennio rispetto all’epoca di composizione dell’opera – intorno agli anni 30-40 del diciannovesimo secolo – e le danno un tocco vagamente british, vittoriano. La regia è funzionale, rigorosa ed efficacie anche senza particolari colpi d’ala, si apprezza la rinuncia a eccessi caricaturali – ad esempio le sorellastre sono ragazze avvenenti e ben vestite (com’è giusto che sia altrimenti non sarebbero state neppure prese in considerazione) mentre è sul versante caratteriale e comportamentale che emerge la loro insopportabilità in contrasto con l’umanità misurata di Angelina. Il regista ha inoltre il merito di fidarsi delle qualità attoriali dei cantanti e li lascia esprimersi liberamente anche scenicamente con ottimi risultati specie per Alaimo, la Gardina e Siragusa. Nel complesso uno spettacolo forse un po’ vecchio stile ma sicuramente godibile.