Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni: “Adriana Lecouvreur”

Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni, stagione lirica 2021/2022
“ADRIANA LECOUVREUR”
Commedia-dramma in quattro atti di Arturo Colautti dall’omonima commedia di Eugène Scribe e Ernest-Wielfried Legouvé
Musica di Francesco Cilea
Adriana Lecouvreur MARIA TERESA LEVA
Maurizio LUCIANO GANCI
Michonnet CARLO SGURA
La principessa di Bouillon TERESA ROMANO
Il principe di Bouillon ADRIANO GRAMIGNI
L’abate di Chazeuil SAVERIO PUGLIESE
M.lle Dangeville SHAY BLOCH
M.lle Jouvenot MARIA BAGALÀ
Poisson STEFANO CONSOLINI
Quinault STEPANOS ZONYS
Un maggiordomo MANFREDO MENEGHETTI
Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini – Coro Lirico di Modena
Direttore Aldo Sisillo
Maestro del coro Stefano Colò
Regia Italo Nunziata
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Artemio Cabassiaaaaa
Coreografia Danilo Rubeca
Luci Fiammetta Baldiserri
Modena,  11 marzo 2022
È il momento di “Adriana Lecouvreur”, dopo qualche anno di minor interesse il capolavoro di Cilea è tornato protagonista sui nostri palcoscenici con una serie ravvicinata di produzioni. Dopo il Comunale di Bologna e la Scala è il circuito emiliano a proporre una nuova produzione dell’opera che se non può competere ad armi pari con i precedenti allestimenti risulta nel complesso riuscita e godibile.
Aldo Sisillo, direttore artistico del Teatro Comunale di Modena, guida con mestiere l’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini con cui ha un rapporto abituale e una profonda intesa. Una direzione che non cerca letture alternative ma che si pone su un livello di ottimo artigianato capace di garantire una bella qualità orchestrale e un’ottima tenuta tra buca e palcoscenico. Sisillo con grande esperienza accompagna al meglio i cantanti contribuendo alla valida riuscita musicale dello spettacolo.
Il cast vede brillare i ruoli maschili. Luciano Ganci è uno dei tenori più interessanti dell’attuale scena italiana e forse sta raccogliendo meno dei suoi meriti. Bella voce, emissione morbida e raffinata, sicuro sugli acuti e in possesso di un ottimo controllo del fiato tratteggia un personaggio non banale in cui la sincerità dell’affetto con Adriana si unisce a un’indole salottiera e mondana – il racconto di Mittau giustamente preso senza troppa serietà – e nell’ultimo atto ha momenti di notevole intensità.
Carlo Sgura è un Michonnet ragguardevole. Bella voce da autentico baritono, robusta e timbrata su tutta la gamma, dizione perfetta – fondamentale in una parte come questa molto impostata sul declamato – ed è un interprete sensibile e accurato, capace di cogliere bene le sfumature di un personaggio molto ricco sul piano interpretativo.
Le protagoniste femminili ci sono parse  un passo indietro. Maria Teresa Leva è sicuramente una giovane di talento. La voce è di soprano lirico pieno ricca e corposa e quindi adattissima al ruolo. La Leva è tecnicamente ben impostata e vocalmente sicura, la parte sul piano vocale è decisamente ben sostenuta con momenti particolarmente riusciti nell’ultimo atto dove cesella con maestria “Poveri fior”. Quello che ancora manca è una maggior capacità di rendere un personaggio così sfumato e per molti aspetti sfuggente. La Leva sembra muoversi a metà strada tra una visione più lirica e intimista del ruolo e una più tradizionalmente verista rimanendo sempre un poco a metà del guado. Vista la giovane età e le qualità vocali ha tutto il tempo per approfondire meglio la parte.
Teresa Romano avrebbe tutte le qualità per essere una buona Principessa di Bouillon ma si fa trascinare dal temperamento. Nella grande aria del II atto carica inutilmente il settore grave – di suo già naturalmente ricco – risultando non solo eccessiva sul piano interpretativo ma rischiando di compromettere l’emissione risultando quasi intubata. Nel prosieguo ci è parsa più controllata così che meglio si è potuta apprezzare una ricca voce di autentico mezzosoprano drammatico.
Ben centrato il Principe di Adriano Gramigni, Saverio Pugliese canta molto bene la parte dell’Abate ma forse non riesce a coglierne l’essenza interpretativa. Ben amalgamato il quartetto dei commedianti.
Lo spettacolo di Italo Nunziata traspone la vicenda in epoca contemporanea anche ricorrendo a qualche piccola modifica del libretto per evitare anacronismi troppo stridenti e segue lo svolgersi degli eventi in modo sostanzialmente didascalico e con buona chiarezza narrativa. I richiami al teatro nel teatro e la rottura tra spazio della scena e spazio della vita appaiono ben giustificabili nel contesto. Sul piano visivo le scene di Emanuele Sinisi sono di una semplificazione totale che rasenta l’astrazione, fondali scuri, prevalenza di una bicromia bianco/nero, pochissimi arredi scenici solo se strettamente necessari. Un po’ anonimi anche gradevoli i costumi di Artemio Cabassi.