Verona, Teatro Filarmonico: “Il maestro di cappella” & “Gianni Schicchi”

Fondazione Arena di Verona, Stagione Lirica 2018-2019
IL MAESTRO DI CAPPELLA
Intermezzo comico.
Musica di Domenico Cimarosa
Il maestro di cappella FEDERICO LONGHI
Regia Marina Bianchi
Movimenti mimici Luca Condello
Scene Michele Olcese
Nuovo allestimento Fondazione Arena
GIANNI SCHICCHI
Opera comica in un atto. Libretto di Giovacchino Forzano
Musica di Giacomo Puccini
Gianni Schicchi FEDERICO LONGHI
Lauretta BARBARA MASSARO
Zita ROSSANA RINALDI
Rinuccio GIOVANNI SALA
Gherardo UGO TARQUINI
Nella ELISABETTA ZIZZO
Gherardino MARCO BIANCHI
Betto di Signa DARIO GIORGELÈ
Simone MARIO LUPERI
Marco ROBERTO ACCURSO
La Ciesca ALICE MARINI
Maestro Spinelloccio/Ser Amantio di Nicolao ALESSANDRO BUSI
Pinellino MAURIZIO PANTÒ
Guccio NICOLÒ RIGANO
Orchestra dell’Arena di Verona
Direttore d’orchestra Alessandro Bonato
Regia Vittorio Borrelli ripresa da Matteo Anselmi
Scene Saverio Santoliquido e Claudia Boasso
Costumi Laura Viglione
Luci Paolo Mazzon
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Verona, 21 maggio 2019
È la commedia a far da padrona in questo ultimo spettacolo della Stagione Lirico-Sinfonica della Fondazione Arena, che vede accostate due perle distanti per tempo e per concezione stessa di comicità. Il Maestro di Cappella appartiene alla maturità di Domenico Cimarosa, e ad un contesto europeo nel quale i pezzi di metateatro, lungi da qualsiasi odierno intellettualismo, ambivano a mettere in scena quegli stessi vizi che da molte parti si denunciavano al teatro musicale “alla moda”: compositori mediocri, orchestre sgangherate, cantanti ridicolmente vanitosi. Quanto alla qualità della composizione, questo intermezzo burlesco non è del tutto privo di interesse, con la sua scrittura spigliata seppur di maniera. Quanto poi alla sgangheratezza, gli orchestrali areniani, circa in venti sul palco ad aver avuto la rara occasione di essere attori (in senso più letterale del solito), hanno giocato con goliardia il ruolo di buontemponi. Quello del pretenzioso Maestro di cappella è stato invece interpretato con nonchalance da Federico Longhi, che ha vestito assai vivacemente i panni del mattatore, cantando, recitando, dirigendo, suggerendo motivetti, aizzando gli strumenti e maledicendone altri (in particolare corni e contrabbasso). A rendere possibile tutto ciò, oltre ad un physique du rôle perfetto e indubbie doti di attore, una grande duttilità vocale: facili a sentirsi, quanto pericolosi, i suoi repentini passaggi dallo stile recitativo, all’arioso, al parlato. Nel complesso, una regia semplice e rispettosa quella di Marina Bianchi; poco efficace invece, seppur plausibile all’interno di un simile monologo, la scelta d’inserire i mimi: forse la scarsa differenza cromatica con la cornice, forse l’imponenza del personaggio di Longhi, sta di fatto che ci sono passati quasi inosservati. Gianni Schicchi mancava a Verona dal 2000, e ciò stupisce un poco perché quest’atto unico, con la sua comicità schietta fino quasi al popolare, a nostro avviso, potrebbe far venire a molti la voglia di andare (o tornare) all’opera. Le scene di Santoliquido – Boasso e la regia di Borrelli – Anselmi ci riportano alla commedia di Eduardo de Filippo e a famiglie sgangherate e viziose per davvero. Pareti d’una tinta funerea, un grande letto semidisfatto sul quale giace il corpo del defunto Buoso Donati, e attorno la schiera dei parenti in posa per un’irriverente foto ricordo: pochi elementi dotati di una sottintesa ilarità. La compagnia si è dimostrata omogeneamente brava dal punto di vista scenico, ad esempio nella spasmodica ricerca del testamento o nella sbigottita ricezione di quello nuovo dettato dal finto Buoso, e non sono mancati momenti indimenticabili, come quello in cui Simone, interpretato da un Mario Luperi allampanato, spegneva con stizza le candele al morto: assolutamente da comprare.  Alessandro Bonato, giovane e talentuoso direttore, cerca di tenere le fila di un’orchestra in evidente disagio con la scrittura cimarosiana e tendenzialmente intemperante in Puccini. Questo lo si avverte nel rapporto con le voci chiamate a competere con le sonorità sopre le righe dell’orchestra. Ciò ci ha dato la sensazione che la recitazione talvolta eccessiva nascesse dalla necessità di compensare in qualche modo il disequilibrio dei volumi sonori. Di questo  scompenso ne ha ha un poco sofferto anche la fresca vocalità di Giovanni Sala, nei panni di Rinuccio, attore altrimenti empatico e slanciato. Nel coro di questa famiglia di serpi, emergeva per la voce solida e graffiante la  Zita, ben interpretata da una Rossana Rinaldi invecchiata ad arte. Apprezzabilissima la Lauretta naïve di Barbara Massaro, che ha salvato l’aria-supplica più famosa dell’opera, “O mio babbino caro”, da una certa prassi che la vorrebbe disseminata di portamenti e di corone: la sua esecuzione le ha restituito la giusta dose di candore e si è inserita più correttamente di altre versioni nello svolgimento dell’azione. Federico Longhi, dopo i gargarismi settecenteschi, ha potuto dar sfoggio di una ottima salute, oltre che di una invidiabile verve comica. Esilarante e squillantissimo il suo cambio di registro nasale nei panni di Buoso morente, ottima la sua mimica nell’”Addio Firenze”, quando alludeva alla minaccia di esilio, previa amputazione della mano, che gravava sui congiurati. Anche qui, come nella breve pagina di Cimarosa, l’istrionico Longhi ci è sembrato tenere saldamente le fila del discorso comico e drammaturgico, tanto che la sua figura e la sua voce, soprattutto quando si stagliava sul letto coperto da una candida vestaglia, apparivano enormi. Tutto il resto del cast ha comunque contribuito al successo della serata: da Ugo Tarquini (Gherardo), a Elisabetta Zizzo (Nella), Marco Bianchi (Gherardino), Dario Giorgelè (Betto di Segna), Roberto Accurso (Marco), Alice Marini (La Ciesca), Alessandro Busi (Maestro Spinelloccio/Ser Amantio di Nicolao), Maurizio Pantò (Pinellino), Nicolò Rigano (Guccio) Grasse risate ed applausi prolungati sono stati il segno di gradimento del giovane pubblico del Filarmonico alla odierna proposta areniana e alla bacchetta, energica e spigliata, del premiato direttore veronese, che in autunno vedremo ancora con piacere al Filarmomico, ancora con Cimarosa ed il suo Matrimonio segreto. Foto Ennevi per Fondazione Arena