L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Per l’ascolto e senza stasi

di Francesco Lora

Il 6 febbraio sarà trasmesso il Don Carlo videoregistrato al Teatro Comunale di Modena: compagnia d’impatto con le voci di Andrea Carè, Judit Kutasi, Michele Pertusi, Anna Pirozzi e Luca Salsi; esecuzione in forma di concerto; concertazione di Jordi Bernàcer, con metronomo insolitamente flessuoso, vigile, scattante. Nell’attesa della messa in onda, ecco qui già pronta la recensione.

MODENA, 1° febbraio 2021 – I piccoli teatri di tradizione bagnano il naso alle grandi fondazioni liriche. Uno in particolare: il Teatro Comunale di Modena. Non solo da oggi: il coraggio e la qualità delle sue scelte artistiche, negli ultimi anni, sono lì a dimostrarlo. Soprattutto oggi, però: la pandemia non ha fermato la sua attività, che anzi sta dando un modello ai pesci più grossi. Nel frattempo, le esche si fanno viepiù importanti. Il 1° febbraio, a porte chiuse, con poca stampa invitata in presenza, il teatro modenese ha infatti videoregistrato un’esecuzione in forma di concerto del Don Carlo di Giuseppe Verdi, in coproduzione con i teatri di Piacenza e Reggio nell’Emilia. Non si è trattato del Don Carlo nella campanilistica versione arbitrariamente detta di Modena 1886, cioè quella rifatta dall’autore per Milano 1884 con in più l’autorizzato reintegro dell’atto I di Parigi 1867; ma si sta pur sempre parlando di un’opera imponente per ampiezza di respiro e forze necessarie, vera sfida a chi, di questi tempi, taglierebbe ambizioni e budget come primo passo.

Senza azione, scene e costumi, la composizione di Verdi si restringe qui a capolavoro per l’ascolto. Un aspetto di novità interpretativa si trova proprio nella concertazione di Jordi Bernàcer, alla testa dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna “Arturo Toscanini” schierata in tutta la platea. La tradizione – piuttosto tarda e molto germanica – ha di norma fatto procedere questa partitura a passo indugiante, introverso, sepolcrale, sancendo in essa un equivalente italiano al testo, all’aura e alle tinte del Parsifal di Wagner (dove, all’opposto, i tempi lenti sono di tradizione perlopiù italiana). Bernàcer fa piazza pulita e incalza i suoi musicisti con un metronomo flessuoso, vigile, scattante, sempre proteso all’orizzontale inoltrarsi del dramma e quasi mai disposto alla stasi contemplativa. Parecchi sopraffini dettagli di strumentazione, prima collassati su sé stessi, riacquistano così efficacia in modo spontaneo. Rovescio della medaglia: se ci si arrischia a procedere contromano e con poche prove, le smagliature in attacchi e fraseggio proliferano pericolosamente.

Anche i rinomatissimi cantanti in locandina, che in quest’opera sono avvezzi a distendersi placidi in un’agogica dettata dalla comodità dei loro respiri, devono vedersela con un inedito affanno. In particolare Andrea Carè, protagonista, avrebbe invece bisogno di essere assistito nella sua naïveté espressiva e tecnica, in modo che questa si configuri come una risorsa – il timbro è pur sempre di pregio – e non come un limite: tanto più l’accompagnamento si carica d’ansietà, al contrario, quanto più aumenta lo sforzo nel salire all’acuto anziché l’entusiasmo nel cavalcare l’onda. L’Elisabetta di Anna Pirozzi non ha grattacapi vocali e rimane alla memoria soprattutto per la caratterizzazione psicologica: dura, amara, adulta, da soprano drammatico senza indulgenza al lirico, tolta insomma a ogni illusione e abbandono. Formidabile Luca Salsi come Rodrigo: nel 2018, a Bologna, vi era apparso rozzo, prematuro e approssimativo, mentre ora è un campione di sfumature amorevoli e impressiona per facilità estensiva, smalto lucente e superba risonanza.

Quanto a Michele Pertusi, non fa alcunché per stagliarsi a tutti i costi sopra gli altri: il suo Filippo II, sobrio e grande soprattutto nei suoi segreti, s’impone così come il più nobilmente cantato di sempre (e chi scrive non aggiunge parole, per timore di offendere il dogma). L’indirizzo artistico di una qualunque Principessa Eboli non può che stare all’opposto: e infatti Judit Kutasi tuona impetuosa – i mezzi non si discutono – la sua femminilità da cartolina e da loggione, carnosamente contraltizzando una parte che le sta tuttavia meno comoda di quelle di Amneris o di Ulrica. È un grave errore, infine, credere che il fare economia possa iniziare dal Grande Inquisitore: Ramaz Chikviladze, benché professionista solido, non vanta tuttavia il tonnellaggio canoro e la perversione retorica necessari a far ombra a un Filippo II; figurarsi al Filippo II di Pertusi. Impegnato e simpatico il Coro Lirico di Modena. Per la messa in onda, appuntamento il 6 febbraio, alle 20.00, sul sito del progetto emiliano-romagnolo OperaStreaming (www.operastreaming.com).


 

 

 
 
 

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