Staatsoper Hambourg: “Les contes d’Hoffmann”

Amburgo, Staatsoper Hambourg, stagione lirica 2021/22
“LES CONTES D’HOFFMANN”
Opéra fantastique in cinque atti su libretto di Jules Barbier e Michel Carré
Musica di Jacques Offenbach
Hoffmann BENJAMIN BERNHEIM
Olympia, Antonia, Giulietta, Stella OLGA PERETYATKO
La Muse, Nicklausse ANGELA BROWER
Lindors, Coppélius, Dr. Miracle, Dappertutto LUCA PISARONI
Andrès, Cochenille, Franz, Pitichinaccio ANDREW DICKINSON
La Mère d’Antonia KRISTINA STANEK
Maître Luther, Crespel MARTIN SUMMER
Nathanaël DONGWONG KANG
Spalanzani JÜRGEN SACHER
Wilhelm, Wolfram DANIEL SCHLIEWA
Il capitano HAN KIM
Shlémil, Hermann BERNHARD HANSKY
Philharmonisches Staatsorchester Hamburg
Chor der Hamburgischen Staatsoper

Direttore Kent Nagano
Maestro del coro Eberhard Friedrich
Regia Daniele Finzi Pasca
Scene Hugo Gargiulo
Costumi Giovanna Buzzi
Coreografie  Maria Bonzanigo
Luci Marzio Picchetti
Amburgo,  25 settembre 2021, in  streaming
Opera affascinante e sfuggente come poche altre “Les contes d’Hoffmann” sono ancora oggi un titolo difficile da inquadrare per gli enormi problemi filologici che da sempre lo accompagnano.
L’Opera di Amburgo per questo nuovo allestimento si è affidato per la direzione a Kent Nagano e scelta non potrebbe essere stata più felice. Il direttore nippo-americano è forse il più grande esperto di quest’opera e uno dei musicisti più attenti a tutto il dibattito critico che accompagna quest’opera. Già nel 1996 il direttore aveva inciso per la Erato la prima edizione assolutamente completa dell’opera e ora torna a questo titolo con un approccio ancora più approfondito e meditato. Questa versione integrale finalmente ora approda sul palcoscenico – almeno come oggi è costruita – si eseguono quindi non solo l’aria della Musa (teatralmente fondamentale ma spesso tagliata), ma il terzetto “J’ai des yeux” nell’atto di Olympia, l’aria di Dappertutto è quella ricostruita sugli appunti di Offenbach (non l’apocrifa “Scintille, diamant”); Giulietta si riappropria dell’acutissima “L’amour lui dit: la belle” che di fatto ristabilisce l’uguaglianza di tessitura con  le altre amate, così come Stella torna giustamente ad essere un personaggio reale e non una semplice evocazione.
Il dato filologico si unisce a una qualità direttoriale più che notevole. I tempi sono abbastanza lenti ma sostenuti in modo esemplare, Nagano esalta la seduzione della scrittura melodica di Offenbach – e l’orchestra di Amburgo al riguardo suona in modo spettacolare – la cura dei dettagli, il senso ritmico e dinamico tutto contribuisce a una lettura esemplare e non sorprendente per chi ha sempre ammirato Nagano specie in questo repertorio.
Il cast  è complessivamente  molto buono e, rispetto all’edizione discografica,  ha il vantaggio di uniformare a un’unica voce anche le protagoniste femminili e non solo i personaggi diabolici.
Benjamin Bernheim è il miglior protagonista oggi immaginabile. Tenore sicuro ed elegante, di una musicalità naturale e di un senso innato della frase perfettamente in  la linea melodica francese. Tecnica ottima, con acuti pulitissimi, mai forzati e ricchi di suono e un perfetto controllo del fiato. Bernheim è anche interprete di grande sensibilità, riesce a dare un ritratto più che riuscito di questo personaggio sempre a cavallo tra introspezione ed atteggiamenti estremi. Un esempio tra tutti: la capacità di cogliere tutte le sfumature di un’aria così espressivamente complessa come la “canzone d Kleinzack”.
Olga Peretyatko affronta con sicurezza tutti i ruoli. Le sue caratteristiche attuali la rendono adatta in particolare  ad Antonia in cui la voce – oggi più corposa e omogena in ogni settore – e la sua naturale dimensione lirica trovano terreno ideale. Il passato da lirico leggero riemerge chiaramente in Olympia, eseguita con vocalità ricca e robusta, piena di suono in tutta la gamma. Sul piano interpretativo la Peretyatko è cantante sensibile e attenta.
Luca Pisaroni appare timbricamente  forse un po’ leggero come  ma canta molto bene, con una tecnica rifinita – il controllo sul fiato è impeccabile – e una piena sicurezza nel reggere una tessitura da bas-baritone. Ottimo attore,  riesce dar carattere alle singole figure pur mantenendo una cifra unitaria riconoscibile. Da segnalare la rinuncia a qualunque tratto comico in Coppelius che riacquista la terribilità del racconto originario.
Angela Brower (Nicklausse) eccelle sia vocalmente che scenicamente in ruolo che appare qui ben più ampio. Andrew Dickinson cesella in “punta di bulino” i quattro servi; Ottima Kristina Stanek nella parte della Madre di Antonia e la figura giovanile non è impropria se consideriamo gli anni passati dalla morte. Le parti di fianco mostrano una particolare cura a tutti i livelli.
La regia di Daniele Finzi Pasca coglie un buon equilibrio tra tradizione e stilizzazione. Le scene di Hugo Gargiulo definiscono i vari ambienti in modo essenziale ma suggestivo: una locanda in fondo realistica per epilogo e prologo, una sorta di carillon architettonico per Olympia, una torre lignea di un entomologo per Antonia (il quadro più originale), suggestioni di scena veneziani per Giulietta. I costumi di Giovanna Buzzi portano la vicenda tra l’epoca di Offenbach e la Belle Epoque (Stella appare quasi come una diva cinematografica degli anni ’20) e si caratterizzano per un certo gusto fantastico – bellissimo quello di Antonia meravigliosa farfalla destinata a finire trafitta come quelle che ricoprono la sua stanza – e con alcuni elementi che collegano i personaggi multipli nei diversi atti. Particolarmente riuscite le lunghe unghie, quasi artigli, che accomunano le figure diaboliche. Sempre sullo stesso versante “cupo” infero tra i tanti bellissimi costumi ci piace segnalare  il Lindorf che qui appare con le sembianze di Offenbach che diventa una sorta di burattinaio della vcenda.
Efficaci le luci (di grande effetto l’apparizione della madre di Antonia), funzionali le coreografie. La regia segue la vicenda in modo preciso, senza forzature o inutile ricerca di effetti fini a se stessi. L’uso dei doppi è forse un po’ abusato e spesso non aggiunge nulla, ma talvolta permette qualche effetto positivo (vedi ad esempio la perdita del riflesso  o l’apparizione parodistica di Keinzack). Uno  uno spettacolo complessivamente piacevole (anche visivamente) cosa non così scontata, specie sui palcoscenici tedeschi. Foto Monika Rittershaus