Madama Butterfly al Teatro dell’Opera di Roma

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione Lirica 2022/2023
“MADAMA BUTTERFLY”
Trageda giapponese in tre atti. 
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa da John Luther Long e David Belasco
Musica di Giacomo Puccini
Madama Butterfly (Cio Cio San)  ELEONORA BURATTO
Suzuki  ANNA MARIA CHIURI
Kate Pinkerton  EKATERINA BUACHIDZE*
B.F. Pinkerton DMITRO POPOV
Sharpless  ROBERTO FRONTALI
Goro CARLO BOSI
Zio Bonzo LUCIANO LEONI
Il Principe Yamadori EDUARDO NIAVE*
Yakusidè MAURIZIO CASCIANELLI
Il Commissario Imperiale MATTIA ROSSI*
L’Ufficiale del registro ANTONIO TASCHINI
La madre di Cio Cio San ANGELA NICOLI
La Zia STEFANIA ROSAI
La Cugina CRISTINA TARANTNO
*dal progetto “Fabbrica” young artist program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Roberto Abbado
Maestro del Coro Ciro Visco
Regia  Alex Ollé (La Fura Dels Baus)
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Luci Marco Filibeck
Video Franc Aleu
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma in collaborazione con l’Opera Australia/Sidney Opera House
Roma, 16 giugno 2023
Ripresa di una produzione nata in collaborazione con la Sidney Opera House nel 2014 e concepita per gli spazi aperti del porto di Sidney, delle Terme di Caracalla e del Circo Massimo è questa Madama Butterfly di Puccini, ideata dal regista Alex Ollé della Fura dels Baus e in questa occasione affidata alla direzione del maestro Roberto Abbado al suo debutto nell’affrontare la partitura. L’impianto dello spettacolo è ovviamente rimasto lo stesso, ambientato in epoca moderna, con Pinkerton che anziché essere un ufficiale della marina statunitense è un avido uomo d’affari contemporaneo convinto di poter comprare tutto con il denaro, la cui arroganza e rozzezza culturale rispetto al mondo da cui proviene la molto povera Cio Cio San, sono definite più dai gesti che gli vengono affidati che non per esempio da un lavoro sul testo che per altro è molto esplicito in diversi punti. Molto bella è la ambientazione del primo atto con un suggestivo lavoro sulle luci per descrivere l’avanzare della sera e per riproporre gli stereotipi di quello che viene ritenuto essere il lusso occidentale. Certamente Butterfly non è un’opera di denuncia e la regia probabilmente non pretende questo, ma il taglio sociale dello scontro fra un occidente economicamente superiore e dominante e un mondo di tradizioni dalle infinite e segrete sfumature che viene travolto, cancellato e infine recuperato solo nel rituale della morte, lo sfruttamento sessuale per evidente necessità economica di una ragazza sicuramente nell’età dei giochi e con buona probabilità non ancora in quella dei confetti,  rappresentano indubbiamente il percorso di lettura proposto e illustrato con enfasi secondo la tendenza di questi anni, forse con l’idea, ormai non nuova, che possa rappresentare un valore aggiunto e meritorio della creazione artistica. In questa ottica lo spettacolo ridondante di simboli, descrizioni e sottolineature, con i personaggi in continuo movimento a nostro avviso si apprezza meglio in un ambiente chiuso come il teatro dell’Opera che consente di cogliere meglio gli infiniti dettagli dell’allestimento. Roberto Abbado ripristina l’Interludio Notturno della versione di Milano del 1904 che unisce il coro a bocca chiusa al preludio al terzo atto senza soluzione di continuità sopprimendo quindi il secondo intervallo con un effetto di indubbio interesse musicale ma forse più destinato alla sala di incisione che non alla prassi esecutiva corrente per la oggettiva fatica che impone agli interpreti, alla protagonista in primis e infine al pubblico. Molto ricca la tavolozza dei colori e dei timbri scelta e evidente è il profondo lavoro compiuto sulla articolata e ricca scrittura pucciniana sia pur con qualche prevalenza dell’orchestra sulle ragioni del canto per quanto riguarda l’agogica e soprattutto i volumi sonori cercati. Splendida la prova del coro preparato dal maestro Ciro Visco che ha trovato nel celebre ed atteso coro a bocca chiusa il momento più alto per omogeneità e pulizia strumentale del suono, a suggerire la rievocazione nel torpore del dormiveglia del mondo che la protagonista, finalmente rilassata dopo tre anni di attesa, può far riaffiorare dai recessi più segreti della mente. Acclamata protagonista è stata Eleonora Buratto reduce dai successi di pubblico e critica ottenuti al Metropolitan nella parte. La sua è una Butterfly diretta, schietta poco incline alla convenzione di ventagli, leziosità e giapponeserie non solo nel gesto ma anche nel canto. La sua linea musicale dà voce ad una fanciulla moderna che poi diviene donna e gradualmente prende contatto con la amara realtà. Forse tanto impegno esecutivo avrebbe meritato qualche concessione in più da parte del direttore negli appuntamenti più attesi dal pubblico che per esempio ha lungamente applaudito e chiesto ripetutamente il bis di “Un bel dì vedremo”. Corretto e aggraziato nel canto è stato il tenore Dmytro Popov nel ruolo di Pinkerton che risolve il suo personaggio, forse fra i più antipatici della storia dell’opera, più con disinvoltura scenica e credibilità gestuale che non con la cura della parola. Aspetto che viceversa abbiamo apprezzato in modo magistrale nel canto di Roberto Frontali il quale ha offerto un ritratto di Sharpless nobile, commosso e sinceramente partecipe alla dolorosa vicenda che suo malgrado si svolge. Ottimo nella sua voluta volgarità il Goro di Carlo Bosi il quale viene a capo con scioltezza e bravura di una parte ingrata e complessa. Ugualmente espressiva è parsa la Suzuki di Anna Maria Chiuri. Infine tutti assai corretti musicalmente e sul piano della recitazione i componenti il numeroso stuolo di comprimari, con particolare riguardo agli allievi del progetto “Fabbrica” Ekaterina Buachidze, Eduardo Niave e Mattia Rossi rispettivamente Kate Pinkerton, il Principe Yamadori e il Commissario Imperiale. Alla fine lunghissimi e meritati applausi per uno spettacolo molto atteso e di indubbio valore che nella sua impostazione generale avrebbe dovuto lasciare qualche spazio in più alla sensibilità ed alla estemporaneità esecutiva degli interpreti. Foto Fabrizio Sanzoni