Modena, Teatro Comunale: “L’amico Fritz”

Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”, Stagione d’opera 2015/2016
“L’AMICO FRITZ”
Commedia lirica in tre atti di P. Suardon (Nicola Daspuro) dal romanzo omonimo di Erckmann-Chatrian.
Musica di Pietro Mascagni
Suzel SARAH BARATTA
Fritz Kobus IVAN DEFABIANI
Beppe lo zingaro
NICOLE BRANDOLINO
David il rabbino
GIOVANNI TIRALONGO
Federico
ALEANDRO MARIANI
Hanezò
MARIANO BUCCINO
Caterina
MARTA MARI
Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Voci bianche del Coro Farnesiano di Piacenza
Direttore Donato Renzetti
Maestro del Coro Corrado Casati
Maestro del Coro di voci bianche Mario Pigazzini
Regia Leo Nucci
Scene Carlo Centolavigna
Costumi Artemio Cabassi
Luci Claudio Schmid
Progetto Opera Laboratorio 2015 della Fondazione Teatri di Piacenza, Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Teatro Alighieri di Ravenna
Modena, 17 gennaio 2016
Lapidario Verdi. Si imbatté nell’Amico Fritz e subito scrisse a Ricordi: “Ho letto in vita mia molti, moltissimi libretti cattivi, ma non ho mai letto un libretto scemo come questo”. Possiamo stemperare il giudizio, ma è pur vero che allestire la seconda opera di Pietro Mascagni è questione spinosa: un lieto fine prevedibile fin dalla prima battuta e personaggi di mezzo carattere, fin troppo evanescenti (“L’accento della parola in generale è buono, pure non scolpisce mai al vero la situazione” rincarava Verdi nella stessa lettera). Prima a Piacenza e ora al Comunale di Modena, un Leo Nucci regista ha provato a dare “più sprint” (testuale, dalle note di regia!) a questa che qualcuno ha definito come l’ultimo grande esempio di opera semiseria. Peccato che qui non si centri il bersaglio: una spolverata di cultura ebraica qua e là meglio contestualizza l’azione troppo spesso vagamente calata in un’Alsazia pastorale, ma non saranno certo una menorah poggiata sul tavolino, i boccoli ortodossi del rabbino David o i giudaici sponsali a fine d’opera a dare più profondità ai personaggi. E quel richiamo alla pittura impressionista ricercato nelle scene di Carlo Centolavigna non va oltre il lodevole proposito; si risolve in fondali di buona fattura, didascalici e nulla più come i costumi di Artemio Cabassi, e in un siparietto iniziale in cui lo spettatore capisce chiaramente di essere di fronte ad un quadro animato, fotografato con tanto di tablet da una svampita da museo che passeggia in proscenio. Sarebbe stato meglio curare di più la recitazione della giovane compagnia di canto. Invece no, la gestualità è ora ammiccante, ora disinteressata, ora partecipe ma solo esteriormente. Si sarebbe potuto curare di più la qualità complessiva del canto, in questa commedia lirica florida di spunti melodici.
Ma le voci (giovani, si è detto, e tutte fresche) fanno un po’ quel che vogliono. Per cui il tenore Ivan Defabiani avrà buon timbro e sostanza vocale, ma “turiddeggia” un po’ troppo laddove invece tanti Fritz del passato sfumavano, qualche mezza voce suona ingolata e nel terzo atto non passa sempre l’orchestra. La Suzel di Sarah Baratta è più appropriata: attacca “Son pochi fiori” e si capisce che la voce è quella di un bel soprano lirico al quale non guasterebbe più corpo nei centri e qualche colore in più. Nicole Brandolino è un Beppe spigliato, di timbro chiaro ed emissione facile. Ma è forse Giovanni Tiralongo a dare la prova più convincente, regalando al personaggio di David acuti sicuri e luminosi e un timbro piacevole, appena adombrato da un vibrato talvolta troppo stretto. Corretto l’Hanezò di Mariano Buccino, al pari di Marta Mari nel piccolo ruolo di Caterina. Poco elegante il Federico di Aleandro Mariani.
Dalla buca Donato Renzetti lascia fare, dà gli attacchi essenziali al cast e al Coro del Teatro Municipale di Piacenza, dignitoso come di consueto. Più amorose attenzioni dona all’Orchestra Cherubini, che invero suona piuttosto bene: gli archi hanno molte tinte, gli ottoni sanno essere morbidi e i legni sono all’altezza dei tanti passi a solo. Il meglio arriva nel noto Intermezzo, staccato con irruenza. Qualcuno obietterà che il rutilante va lasciato a un altro intermezzo, quello di Cavalleria: siamo pur sempre fra il secondo e il terzo atto di una comédie larmoyante. Ma va benissimo così: un po’ di teatro, perdio!