“Tamerlano” al Teatro alla Scala

Milano. Teatro alla Scala. Stagione d’Opera e Balletto 2016/17
“TAMERLANO”
Opéra in tre atti- Libretto di Nicola Haym da Agostino Piovene.
Musica di Georg Friedrich Händel
Tamerlano BEJUN MEHTA
Bajazet PLACIDO DOMINGO
Asteria MARIA GRAZIA SCHIAVO
Andronico FRANCO FAGIOLI
Irene MARIANNE CREBASSA
Leone CHRISTIAN SENN
Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici e ‘I Barocchisti’ della RSI-Radiotelevisione Svizzera.
Direttore e cembalo Diego Fasolis
Altri Maestri al cembali
Andrea Marchiori, Paolo Spadaro
Regia Davide Livermore
S
cene Davide Livermore, Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video Video makers D-Wok
Nuovo allestimento
Milano. 22 settembre, 2017
Le repliche di un travolgente allestimento di proporzioni hollywodiane dell’opera barocca Tamerlano di Georg Friedrich Händel è in corso alla Scala (ultime recite 30 settembre e 4 ottobre). Una nota, inserita nel programma dal regista, Davide Livermore, spiega le sue ragioni per aver spostato la storia di personaggi esistiti nell’impero dei Turchi Ottomani e quello timuride dell’asia centrale della fine del Trecento alla Russia della rivoluzione bolscevica. La scoperta di analogie convincenti è stimolante e intrigante. Il sanguinario dittatore turco-mongolo Tamerlano assume le spoglie della sua controparte Stalin, il sultano sconfitto e imprigionato Bajazet quelle dello zar Nicola ll, e il principe bizantino, Andronico, con nessuna corrispondenza storica a parte il nome ma personaggio utile ad arricchire la trama, diventa un personaggio che vagamente potrebbe richiamare Lenin o Trotsky.
Ma sta nella realizzazione scenica e nella valorizzazione delle forme musicali barocche il fattore che rende questa produzione mirabile. La sua chiave di lettura non si limita ad un trasferimento semplice di scene e costumi d’epoca. Le sue citazioni non sono superficiali o di facile effetto. Predomina il riferimento al grande e rivoluzionario cineasta russo, Eisenstein, già attivo in questo periodo. L’uso del montaggio, per manipolare le emozioni e le convinzioni ideologiche dei spettatori suscitando nuove associazioni di idee, e l’originalità della composizione formale dell’immagine sono canoni rivoluzionari di Eisenstein ricalcati in questa produzione. Era contraria alla linearità temporale, arrivando a invertire sequenze elementari, una tecnica che Livermore ha adoperato in modo geniale per i numerosi ‘da capo’ delle arie in modo che questi non diventassero una superflua ripetizione che fermasse l’impeto dello spettacolo. Le azioni e interrelazioni sceniche, gli scontri fra soldati imperiali e quelli bolscevichi in particolare rappresentati con molto efficacia da mimi, erano replicati a rilento o svolti in senso inverso, riuscendo a tenere una stretta e pertinente aderenza fra musica, parola e ambientazione. La sapiente regia è stata coadiuvata dal contributo di grande levatura dello scenografo, costumista, e designer luci e video. Le scene erano imponenti ed essenziali, i costumi e trucco raffinati ed eleganti, le luci e i video  hanno creato atmosfere suggestive e coinvolgenti.
La prima scena, del treno fermo in una tempesta di neve, rievocava Zivago di David Lean: dalle scene ai costumi, dal gelo esterno del treno, che sembra percepibile, tanto è realistico, da dove per un lato scorrevole della carrozza, si passa alla scena d’interno; infine grazie al tepore emanato dalle calde luci e colori sembra di essere entrati nella scena del film. La ripartenza del treno, con i bravissimi mimi che corrono all’indietro ma allo stesso tempo cercano di salirvi sopra, le nuvole di vapore, gli alberi che passano nello sfondo con un regolare incremento di velocità fanno sembrare davvero che si muove la massiccia carrozza in scena.  Un allestimento imponente ma non invasivo sulla parte musicale. Questo grazie sicuramente alla presenza scenica e alla bravura tecnica dei sei protagonisti, ma è dovuto anche al fatto che il regista non ha caricato la scena con movimenti o presenze eccessivi che avrebbero potuto distogliere l’attenzione; un’impresa non da poco in un’opera barocca di quattro ore e mezzo.  I  due controtenori, Bejun Mehta (Tamerlano)  e Franco Fagioli (Andronico), hanno dato una prova scintillante delle loro capacità tecniche scalando un’estensione formidabile; Mehta, in particolare, ha mostrato maggiore personalità, sicurezza e maggiore disinvoltura dal punto di vista espressivo. Il problema se mai, per entrambi i cantanti, rimane quello del peso specifico della vocalità controtenorile penalizzata dalle dimensioni della sala del Piermarini senza la qualità squillante che avrebbe aiutato il personaggio a saltare il golfo mistico. Maria Grazia Schiavo, nel ruolo di Asteria, figlia di Bajaret e contesa fra Tamerlano e Andronico, è stata duttile e precisa nelle agilità e perfettamente centrata nell’intonazione. Puntuale dal punto di vista musicale, nonostante il carattere del personaggio sia rimasto circoscritto, Marianne Crebassa ha dato prova di una padronanza scenica di grande efficacia, di uno slancio vocale, di un timbro caldo e di una dizione incisiva carica di personalità e peso. Christian Senn, nel ruolo del confidente di Andronico, Leone, anche se ha dimotrato di possedere una bella voce piena e forte, dava l’impressione di essere in qualche modo limitato dalla serietà del suo personaggio vestito da prete ortodosso. Quasi scontato il successo personale del  Bajazete di Placido Domingo,  tornato al registro tenorile. Il timbro della sua voce,  ricco di pathos, si presta perfettamente ai disperati e orgogliosi appelli del personaggio. La grande scena della  morte  è stato  sicuramente il momento clou della serata. Va comunque detto che, accanto a specialisti del  barocco, lo stile di Domingo era smaccatamente incostante e fuorviante. Sbalordisce il fatto che l’ultrasettantenne cantante sappia  sostenere un ruolo scenicamente  impegnativo, sfoggiando un canto fermo e  squillante. Nella scena della sua morte si è vista la sua grande arte ma la scena ricordava più l’Otello Verdiano. Diego Fasolis ha diretto con passione ed energia un’orchestra barocca composta dai  suoi “Barocchisti”  e da un gruppo di professori d’orchestra della Scala con strumenti d’epoca. Il risultato però è stato  alterno. Dopo un’ouverture alquanto pesante e dalle sonorità impastate, non ha convinto nemmeno l’uso del basso continuo, flebile e confuso nel sostegno al canto. A partire dal secondo atto l’orchestra ci è parsa più duttile e luminosa. Ottimo successo di un pubblico resistente alle oltre 4 ore di spettacolo. Forse sarebbe stato più opportuno iniziare alle  19 invece delle 20 come in tutti i grandi teatri europei.