L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Nero, rosso, verde

 di Irina Sorokina

La proposta della sua opera tratta dall'Idiota di Dostoevskij al Teatro Bolshoi in un allestimento pressoché perfetto suona come una rivincita postuma, dopo un'esistenza travagliata, per il grande compositore Mieczyslaw Weinberg (1919-1996).

MOSCA, 6 ottobre 2017 - E Weinberg fu. Al teatro Bolshoi, un tempio il tempio dei grandi classici russi e sovietici messi in scena dai registi di calibro di Boris Pokrovsky e dagli scenografi di calibro di Valery Levental, è approdato L’idiota, l’ultima fatica operistica di Mieczyslaw Weinberg (1986), l’eminente compositore di origini ebraiche, nato in Polonia e vissuto in Unione Sovietica nell’epoca del socialismo maturo. Weinberg fu amico del grande Dmitry Šostakovič, della cui musica subì l’influenza, ma non fu estraneo anche allo stile di Alfred Schintke. Morì nel 1996 e gli capitò raramente di vedere i suoi lavori messi in scena nei teatri importanti. Quindi l’allestimento presentato al Bolshoi (sul palcoscenico nuovo accanto a quello storico) può considerarsi una rivincita.

Pretendere che un’opera abbracci tutte le infinite problematiche dell’immortale romanzo dostoevskiano è insensato. Il librettista Aleksandr Medvedev scrisse un libretto logico, compatto, dinamico usando molti dialoghi presenti nel romanzo e concentrandosi su quattro personaggi, il principe Myshkin, Rogozhin, Nastassya Filippovna e Aglaya, cioè un santo, un brutale, una donna traviata e una fanciulla pura che si affaccia alla vita adulta.

Lo spettacolo proposto al Bolshoi risulta pressoché perfetto, colpisce per una grande bellezza visiva, una messa in scena intelligente ed efficace e gode di due cast di giovani cantanti di cui il primo non ha nulla da invidiare al secondo.

Il regista israeliano Yevgeny Arye per la prima volta nella sua carriera affronta un’opera lirica, senza prendere in considerazione il fatto che si tratta del genere diverso dal teatro di prosa. Arye mette in scena Dostoevskij musicato da Weinberg e non l’opera di quest’ultimo ispirata da Dostoevsky. Mantiene il ritmo elevato, quasi isterico dell’originale, montando una scena dopo l’altra negli spazi diversi, disegna le atmosfere cupe e desolate, i personaggi presi dalle passioni indegne ed indomabili. Lo aiuta il noto scenografo Simon Pastukh che per L'idiota preferisce il color nero o, più precisamente, gli specchi neri dei quali sono coperti le pareti. Il palcoscenico, di una grande profondità, è diviso da un muro che, girando, allude chiaramente al cambio scena. L’ambiente rivestito di nero mette in risalto elementi di scenografia come le panchine e il tavolino con la lampada verde dello scompartimento del treno dove avviene il primo incontro del principe Myshkin con Rogozhin o come il pianoforte a coda bianco che viene suonato dal buffone Lebedev nella scena dell’irruzione di Rogozhin, intenzionato di comprare Nastassya Filippovna per centomila rubli, alla sua festa. Bellissimi “gli effetti speciali” come la neve che rimane “sospesa” sopra il palco durante tutto lo spettacolo. Bellissimo l’uso dei colori, il rosso dei gilet del seguito di Rogozhin e dei bouquet di rose che loro tengono in mano, il verde degli alberi che circondano la dacia del principe a Pavlovsk, il bianco candido del vestito da sposa di Nastassya Filippovna e dei gilet degli ospiti. Molto efficace il video design di Asya Mukhina che ininterrottamente attrae l’occhio in senso sia drammatico sia ironico; il té che tradizionalmente si beve in Russia mentre si viaggia in treno si tinge di rosso sangue, ma nel finale, quando Myshkin e Rogozhin si siedono in silenzio, strettamente attaccati uno all’altro, Nastassya Filippovna, già morta, li prende in giro, facendo vedere la lingua.

L’idiota al Bolshoi vanta una squadra talentuosa e affiatata. Igor Kachaev pretende dall’ensemble mimico del teatro una vivacissima partecipazione nei panni dei lacchè che camminano svenevoli e leziosi, simili a delle gru, in casa degli Yepanchin o giocano a badminton nel parco di Pavlovsk, assumendo le pose esageratamente eleganti. Di grande efficacia sono le luci cupe di Damir Ismagilov e di grande classe i costumi apparentemente ottocenteschi, ma anche evidentemente stilizzati, di Galina Solovyova.

È assolutamente sorprendente il lavoro svolto da Arye con i giovani cantanti che appaiono non come bravi interpreti dei ruoli di Myshkin, Rogozhin, Nastassya Filippovna, Aglaya e Lebedev, ma sembrano realmente i personaggi dostoevskiani. Durante le prove il regista ha proposto a loro recitare le parti come fossero gli attori di teatro di prosa e soltanto dopo cantare. Il trucco ha funzionato: Stanislav Mostovoy, piccolo di statura e volto da caratterista, colpisce per un’incredibile ingenuità e dolcezza che conferisce al principe Myshkin, dimostra un’empatia assoluta, la capacità di vivere il dolore del prossimo come il proprio. Non sforza mai il suo dolce timbro di tenore leggero, vanta una dizione davvero cristallina e un accento impeccabile. Il suo amico-nemico Parfyon Rogozhin, interpretato da Nikolai Kazansky, è una bestia focosa e irrefrenabile che però si distingue anche per una grande umanità. Il cantante gestisce bene la voce squillante capace di trasmettere eccessi emotivi. Maria Lobanova nel ruolo di Nastassja Filippovna disegna una donna dal carattere che, più del suo passato drammatico, la rende incapace di trovare un equilibrio, per non parlare della felicità. È molto bella, ma leggermente volgare, sfoggia la voce di una grande potenza, ma leggermente aspra. Coinvolge e a tratti spaventa il pubblico dalla sua indomabile passionalità. Meno interessante Aglaya di Viktoria Karkacheva; del resto, il suo ruolo presenta meno opportunità per l’interprete.

Di altissimo livello i cantanti a cui sono affidati i ruoli di contorno, Mikhail Guzhov (generale Yepanchin) e Ivan Maximeyko (Ganya), il sorprendente Konstantin Suchkov nella parte di Lebedev ed Elena Manistina, di gran classe quale moglie del generale Yepanchin.

Sul podio il direttore polacco Michal Klauza si mostra capace di tenere saldamente le redini di una difficilissima e raffinatissima partitura; tuttavia il suono risulta piuttosto secco, e le sfumature sono ridotte a “forte-piano”. Eccellente il coro preparato da Valery Borisov.

L’idiota di Weinberg al Bolshoi. Sembra una svolta.

foto Damir Yusupov


 

 

 
 
 

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